Curiosità romane

    La Confraternita degli Agonizzanti

    Spettacolo sulla piazzetta era la sfilata in scure vesti dei confratelli che, all'inizio del Seicento, avevano costruito un luogo di riunione e di devozione sulle precedenti case medievali dei Gottifredi e ne era nata l'ancora esistente chiesetta della Natività. Curiosamente la confraternita si dedicava all'assistenza dei malati terminali "degli Agonizzanti". Ma le toccava, in gara con diverse altre confraternite cittadine, anche il compito della preparazione alla buona morte dei disgraziati sui quali la giustizia aveva scaricato i suoi verdetti. In premio questa confraternita otteneva il privilegio annuale di liberare un condannato.

    Roma come "terra di donne"

    Nel primi anni del Cinquecento Roma era già chiamata "terra di donne". Vi giungevano da ogni parte d'Italia e anche dall'estero giovanissime di piacevole aspetto, accompagnate dalle rispettive madri che ne gestivano l'avvenenza, scegliendo ricchi clienti tra i rampolli delle casate dell'Urbe e con essi la certezza di poter condurre una vita agiata. Queste donne non vanno scambiate con quelle poverette che si ammucchiavano nei tuguri di Ripa o Campo Marzio e distribuivano generosamente malattie e che, se arrestate, venivano sottoposte a castighi, quali l'esser battute con padelle o subire il 31 o il 79, vale a dire violenza continuata da quel numero di uomini.

    La redenzione della meretrice

    Celebre è rimasta la redenzione, avvenuta per tramite di Vittoria Colonna, di una famosa meretrice, Angela Greca, che il 19 agosto 1536, accompagnata dalla Colonna, andò a farsi monaca nella chiesa di Trinità de' Monti, presente tutto il popolo di Roma che voleva vedere la bella Angela che entrava nel convento delle Convertite. Divenne così una moda, per le signore-bene della città, dare aiuto e conforto a quelle donne.

    L'olio miracoloso del Messiah

    C'è un gradino di marmo del presbiterio della chiesa dove si può leggere l'iscrizione "fons olei". Questo vuole commemorare uno strordinario evento del 38 d.C. Secondo un'antichissima tradizione la chiesa trasteverina fu costruita sopra una taverna o ricovero per soldati veterani. Un giorno avvenne un miracolo: una eruzione di olio dalla terra per ore e ore generò un torrente fino al Tevere. I molti ebrei che vivevano a Trastevere credettero che quello fosse un segnale della venuta di Cristo.

    Una Madonnella per la Papessa Giovanna

    A via dei Querceti si può incontrare una famosa Madonnella. La tradizione vuole che sia stata posta lì a testimonianza di un fatto quanto mai singolare. Nei primi decenni del IX secolo arriva a Roma una giovane da Magonza, che con abiti maschili entra in Curia e a poco a poco, grazie alla sua abilità e intelligenza, sale rapidamente tutti i gradini della gerarchia ecclesistica fino a essere eletta papa col nome di Giovanni VIII. Ma durante una processione tra il Vaticano e il Laterano, la donna si sente male e partorisce un figlio proprio nel luogo dove ora si vede la Madonnella. La tradizione vuole ancora che in seguito a questo fatto tutti i papi dovessero essere sottoposti, all'atto dell'elezione, a un accertamento del sesso, sedendo su un sedile forato che si trovava nel portico del Laterano.

    Le statue cominciano a parlare

    A Roma ci sono sei statue che per più di quattro secoli hanno reso dura la vita ai papi, alla Curia e alle famiglie più potenti. La più famosa delle sei è quella del Pasquino, datata al 3 secolo a.C. (probabile un busto di Menelao che sorregge Patroclo)che il cardinale Oliviero Carafa posizionò all'angolo di Palazzo Braschi (oggi piazza del Pasquino)nel 1501. Il Cardinale stesso decise per primo (non si sa bene perchè) di attaccare sulla statua una sua composizione in versi. Non volendo diede inizio ad una tradizione che ha reso famoso Pasquino in tutta la città. Gli accademici versi del Carafa furono ben presto seguiti da anonime composizioni satiriche che prendevano di mira l'amministrazione pubblica. Gli autori delle pasquinate non venivano mai presi dalla vigilanza. Le altre cinque statue, in diverse parti della città, sono: il Marforio Capitolino, nel cortile dei Musei Capitolini; Madama Lucrezia in piazza San Marco; l'Abate Luigi, in piazza Vidoni; il Facchino in via Lata; il Babuino nell'omonima strada.
    La prima Pasquinata storica La prima pasquinata datata risale al 13 agosto 1501 ed è indirizzata contro Alessandro VI, papa Borgia. Con mordace ambiguità fa riferimento allo stemma papale su cui era raffigurato un toro che spilluzzica un covone d'orzo: "Praedixi tibi, papa bos quod esses". A seconda di come si sposta la virgola se ne può dare una triplice interpretazione: Ti predissi che saresti un papa bue; Ti predissi, o papa, che saresti un bue; Ti predissi, o bue, che saresti papa.

    L'esecuzione di Beatrice Cenci

    Con papa Clemente VIII ebbe luogo uno dei processi più famosi di Roma risoltosi con una drastica condanna a morte per la Famiglia Cenci. A casa Cenci c'era l'inferno: Francesco era una padre-padrone, massacrava i figli a legnate, li lasciava patir la fame, li costringeva a subire una serie di abusi morali e materiali. Fuori casa non era diverso: uccideva, stuprava e fu perfino accusato di sodomia nei riguardi dei figli di un rigattiere di Lungotevere. Decise poi di trasferire moglie e figlia, Beatrice, in uno sperduto paese d'Abruzzo, Petrella Salto, dove continuava a tiranneggiare e, per di più, a rincorrere incestuosi disegni nei confronti della bella figlia. Dopo l'ennesimo tentativo di insidiare il figlio di primo letto della seconda moglie Lucrezia, Beatrice escogitò il parricidio, con l'aiuto del fratello maggiore Giacomo, della matrigna e del soprintendente di casa Olimpio. Tutti vennero arrestati, compreso il fratello minore Bernardo innocente, e processati. Nessuno sconto di pena da parte del papa. La sentenza: Giacomo torturato, ucciso e fatto a pezzi; Beatrice e Lucrezia decapitate; Bernardo condannato al carcere a vita.

    La nevicata di agosto

    La Basilica è chiamata anche Liberiana, perché la sua origine venne confusa con la chiesa che papa Liberio costruì sul luogo di una miracolosa nevicata avvenuta la notte del 5 agosto 356. Secondo la leggenda, infatti, la Madonna apparve a papa Liberio in sogno ordinandogli di costruire una chiesa nel punto esatto dove avrebbe nevicato a breve tempo. Era l'inizio di una caldo agosto romano e, nonostante questo, nevicò sull'Esquilino. Così venne eretta la chiesa e dedicata alla Vergine.

    La processione di Gregorio Magno

    Gregorio I Magno fu eletto papa il 3 novembre 590, proprio quando a Roma c'era una terribile peste. Nello stesso giorno della sua nomina organizzò una grande processione, che da San Giovanni in Laterano doveva arrivare a San Pietro, per implorare il perdono di Dio e salvare la città. Secondo la leggenda quando la processione arrivò al Mausoleo di Adriano (sul quale poi verrà costruito Castel Sant'Angelo)il papa vide l'Arcangelo Michele in piedi sul monumento nell'atto di rinfoderare la spada in segno di pace. In quel momento la pestilenza terminò e il Mausoleo venne chiamato appunto Castel Sant'Angelo.

    Il processo del cadavere

    L'evento più famoso di cui fu teatro l'antica basilica fu il cosiddetto Processo del cadavere che avvenne nel febbraio 897. Il cadavere in questione era quello di papa Formoso (891-896), colpevole da vivo di aver favorito il partito filogermanico in opposizione a quello nazional-spoletino, tanto da incoronare imperatore Arnolfo e non Lamberto di Spoleto. A istruire il processo fu il suo successore Stefano VI per espressa volontà di Agertrude, madre di Lamberto. Il cadavere del papa, in una macabra adunanza di cardinali e vescovi, strappato al sepolcro, fu abbigliato con paramenti pontifici e messo a sedere sul trono. L'avvocato di papa Stefano certificò all'orrenda mummia i capi d'accusa, mentre un giovane diacono tutto tremante fungeva da avvocato difensore. Stefano chiese al morto con furia: "Come hai potuto, per la tua folle ambizione, usurpare il seggio apostolico?" L'avvocato di Formoso addusse qualcosa. Il cadavere fu riconosciuto colpevole e condannato: trascinato per Roma e gettato nel fiume.

    La prima corsa in macchina

    Il 3 ottobre 1895 Roma registrò un evento che cambiò profondamente le sorti della città: la prima macchina a motore percorse tutto il rettifilo di via del Corso da piazza del Popolo a piazza Venezia, tra la curiosità, la perplessità e l'esaltazione dei cittadini. Si chiudeva l'era delle più pacate carrozze e dei carretti e si inaugurava quella del traffico e della confusione. Di sicuro via del Corso cambiava la sua fisionomia per sempre.

    Er lunedì de Pasqua (Zanazzo)

    Giggi Zanazzo, erede del Belli nel documentare le tradizioni romane, racconta il pellegrinaggio alla madonna del Divino Amore, metà ricorrente del lunedì di Pasqua: "A la Madonna der Divin'Amore ce se va er lunedì de Pasqua. E de solito ciannaveno sortanto che le femmine. Ecco anticamente com'era l'uso. La mattina abbonora se montava in carozza, s'annava a pija er caffè ar Caffè de piazza Morgana, e poi se partiva p'er Divin'Amore che stà a sette mija fòra de porta San Giuvanni a la tenuta de Caster de Leva. Arivati là, se sentiva prima de tutto la messa; e dopo èssese goduti tutti li gran miracoli che allora faceva la Madonna, come stroppi che buttaveno le strampèlle, cèchi che ce vedeveno in sur subbito, regazze indemoniate che vommitaveno er demonio, donne affatturate che vommitaveno trecce de capelli, s'annava in de le baracche a fa' colazzione, e doppo èssese infiorate bene bene la testa, er petto, li cappelli, le testiere de li cavalli, co' li tremolanti e le rose, se partiva per Arbano".

    Er pranzo de Pasquetta (Zanazzo)

    Gigi Zanazzo, grande erede del Belli nel testimoniare usi e costumi del popolo romano, racconta la tradizione del pranzo del lunedì di Pasqua, rigorosamente ai Castelli Romani: "Se pranzava a Arbano, qui se beveva a garganella da pe' tutte le bèttole indove c'era er vino bòno, e poi cantanno li stornelli se faceva a chi più cureva pe' ritornà a Roma. S'intenne che strada facenno s'aribbeveva a le Frattocchie, a le Capannèlle, a Tor de mèzza via; e da Bardinòtti, o a Porta San Giuvanni, se faceva la cusì detta bevuta de la staffa. Pe' strada siccome se faceva a cure co' tutte le carozze, succedeveno sempre guai: o caroze sfasciate, o gente ferite o morte. Arrivati a Roma, s'annava a pija er gelato ar Caffè de San Luviggi de' Francesi o a quello de li Caprettari".

    L'ottavario del catechismo (Belli)

    "L'ottavario del catechismo", scritta da Giuseppe Gioachino Belli, grande poeta romano, per il 30 marzo 1835, racconta con il solito guizzo ferocemente beffardo, cosa succedeva negli ultimi otto giorni di quaresima. In parecchie chiese si usava fare la predica per spiegare il catechismo, ma, da allora fino all'avemaria si chiudevano, con sua somma tristezza, le osterie, i caffè e gli altri locali ("sti giorni è un giudìo chi ha sete"). Così il popolino di Belli protestava nel finale del suo sonetto: "Serrato indove se beve e se magna/ pe' rabbia d'ozzio se va in chiesa; e Cristo/sempre quarche filetto lo guadagna".

    La dimenica appresso de la Pasqua (Zanazzo)

    Giggi Zanazzo, grande poeta erede del Belli nel testimoniare usi e costumi del popolo romano, racconta come si trascorreva la domenica successiva alla Pasqua e alla Pasquetta: "La dimenica appresso de la Pasqua, co' la somma che ciarimaneva de li sòrdi che ogni festàrola aveva cacciati, s'annava a fa' un'antra scarozzata p'er Corso, e si ce scappava, un'antra magnata fòr de porta. Le lavannare, per annacce, mettono un grosso o un pavolo peromo a la sittimana. Quella de loro che arègge er mammone la chiameno la cassaròla. E quann'è er Divin'Amore, lei, siconno quanto ce trova in cassa, pensa a fà le cose co' più sfarzo o meno sfarzo".

    La Santa Pasqua (Belli)

    "La Santa Pasqua" è il sonetto che Giuseppe Gioachino Belli, grande poeta romano, compose il 19 aprile 1835. Dopo le astensioni gastronomiche inflitte al popolino negli otto giorni di quaresima, finalmente eccoci a Pasqua, che vede trionfare sulla tavola il brodetto e l'agnello, la pizza ricresciuta, il salame e le uova, insieme alle "Pecorelle" di zucchero: "Ecchece a Pasqua. Già lo vedi, Nino:/la tavola è infiorata sana sana/d'erba-santa-maria, menta romana/sarvia, perza,viole e trosmarino./ Già sò pronti dall'antra sittimana/dieci fiaschetti e un bon baril de vino/già pe grazzia de Dio fuma er cammino/pe celebbrà sta festa a la cristiana./ Cristo è risuscitato: alegramente!/In sta giornata nunz'abbadi a spesa/e nin ze penzi a guai un accidente./ Brodetto, ova, salame,zuppa ingresa,/ carciofoli, granelli e 'r rimanente,/tutto a la grolia de la Santa Chiesa".